È un mondo tutto privato quello di Davide Ariasso, al secolo Jacques, a Robin, cantautore italiano che tenta il rifugio nell'Inghilterra dei suoi pigmalioni letterari e musicali, esiliandosi dagli effetti di una realtà violentemente consumistica e dai valori confusi (come scrive nella sua biografia). Lo fa annidandosi nelle sue speranze più malinconiche, incrostate come dal tempo sui fotogrammi ingialliti di vecchie foto di famiglia, diventate canzoni dal retrogusto naturalmente compassato e serioso. "Statuettes" è una collezione di sette ballad dal piglio cameristico e cantautorale, che si abbandonano ad un favolismo elegante e posato (come in Butterfly on the Wall che vezzeggia le drammaturgie barocche del primo Scott Walker) e a un gusto per la melodia classico ma mai troppo polveroso. Anzi, quella patina che sembra posarsi sui brani, par quasi concedere un quid di distinta delicatezza, come accade nella melodia accoratissima di Cathedrals in the Sun, che sembra migrare nelle penombre del Nick Drake amaro di Five Leaves Left. Josephine and the Lantern col suo andamento ritmico cadenzato, il magnetismo dei suoi cori, con quel contrappunto del piano alla Kings of Convenience, è l'esempio di come vorresti fosse lo schizzo delle tue melanconie sul foglio che hai davanti. Il registro baritonale esplorato dal nostro non investiga nessuna zona d'ombra, eppure lascia trasparire un'eleganza nell'arrangiamento e nelle scelte d'orchestrazione, che potrebbe fare la differenza se solo si scongiurasse il rischio di un manierismo poco confortante appena dietro l'angolo (come in The Marble Boy, dove un Antony Hogarty in dolce premura sembra spuntar fuori senza remore dalla buca del suggeritore). Un monile di gestualità ammalianti questo esordio di Jacques, a Robin, seppure un po' avaro sul piano della personalità, a delineare una proposta che conviene tener d'occhio, non fosse altro per certa cortesia nella scrittura che sfuma l'opera rendendola ingenuamente fuori dal tempo.
Ultimo aggiornamento Domenica 09 Ottobre 2011 16:26
La cripta della Cattedrale dei Martiri d'Otranto ha molte colonne in stili diversi. Romano, greco, egizio, orientale. Secondo una tesi suggestiva, la varietà sarebbe il simbolo dell'accoglienza idruntina nei confronti delle genti arrivate via mare. Ognuno doveva poter trovare in quel luogo di culto un segno della propria cultura, un calore ospitale.
Partendo da questa suggestione, analizzeremo l'immigrazione salentina per capire qual è il ruolo della musica nell'integrazione, come l'incontro di culture diverse può generare nuove espressioni artistiche e arricchire culturalmente popoli accoglienti e accolti.
L'Italia è infatti un sistema multiculturale (coesistono, spesso forzatamente, più culture che appena si tollerano) e poco si fa a livello istituzionale per evolverlo in interculturale (in cui le culture possano interagire, dialogare e contaminarsi). Cosa accade invece in musica?
Cominciamo dall'immigrazione balcanica (specie albanese), generatrice di un pensiero salentino che opera sulla sintesi tra le cifre musicali d'oltre Adriatico e quelle occidentali, soffermandoci sulle esperienze cruciali nell'ultra-decennale storia del fenomeno.
Ultimo aggiornamento Martedì 20 Settembre 2011 19:43
Se ti svegli la mattina con l'umore di un necroforo, difficilmente se ti trovassi a scrivere canzoni ne uscirebbero fuori dei sonetti primaverili. I conti tornano quando leggo nei credits di questo "The Night Stays" il nome di Tony Wakeford, personaggio rinomato nell'universo del cosiddetto neofolk britannico, cioè di quella branca particolarmente dark ed esoterica del folk di fine secolo, che vede in formazioni come i Current 93, i Death in June, o nel collettivo musicale dei Sol Invictus (capitanato dallo stesso Wakeford) i suoi numi tutelari. A chiudere il cerchio Eraldo Bernocchi (produttore di spicco e proprietario delle RareNoise) a chitarra e programmazioni e Lorenzo Esposito Fornasari a synth e cori. In soldoni, gli Owls sono i Sol Invictus che spostano le lancette verso i battiti elettronici e il trip-hop di Bristol: la vena ed il tedio tenebroso rimane quello, come quella tendenza a reiterare certe frasi in maniera ossessiva e sfiancante.
Il resto lo si legge nella press-sheet: «se Ian Curtis e i Joy Division esistessero ancora, suonerebbero così», che, presunzioni a parte, palesa l'amore del combo verso i suoni di certa darkwave dei primi anni '80. In verità tolto il registro curtisiano, baritonale e un po' instabile di Wakeford, il costante senso di claustrofobia che permeano quasi tutti i brani e il basso un po' chitarroso e scheletrico in episodi come la titletrack o Hide and Seek, dei Joy Division resta poco o nulla.
Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Agosto 2011 13:53
Dopo quasi quattro anni dall’uscita di “Requiem” (Black Out/Universal, 2007) e un lungo isolamento a scopo creativo, i Verdena (Alberto Ferrari a voce, chitarre, piano e tastiere, Luca Ferrari a batteria e tastiere e Roberta Sammarelli al basso), ritornano con maturità e ambizione sulle scene del rock alternativo italiano. In questi quattro anni, in cui sono accadute molte cose, il gruppo ha subito una notevole crescita artistica e “Wow” ne è la prova.
Un disco assolutamente fuori dal tempo eppure intuitivamente attuale. Coraggioso, sia per il cambio di rotta stilistica che per la scelta doppia, con il vinile che contiene le tracce omesse nella versione in Cd. Ad un primo ascolto l’album, composto da 27 tracce divise in due dischi, potrebbe disorientare e darne un giudizio affrettato non sarebbe opportuno.
Grazie al perfezionismo maniacale della band, il livello sonoro è elevato, nonostante la registrazione analogica effettuata in un ex pollaio.
Gli arrangiamenti variano tra melodie sixties un po’ Beach Boys, un po’ Beatles e 'rumori' sintetici, viaggiano ecletticamente tra rock, pop, folk e incursioni psichedeliche di floydiana memoria, tra tempeste di chitarre distorte degne dei migliori Motorpsycho e brezze di pianoforte, tra linee vocali trasognanti e sospese a mezz’aria e interventi di archi, synth e mellotron, con un'ampia escursione dinamica e significativi cambi di tempo.
Ultimo aggiornamento Domenica 17 Luglio 2011 12:54
«Verrà un tempo in cui i viventi si accorgeranno di essere rappresentati, descritti e identificati dalla mia musica, e capiranno che essa è in loro da sempre».1
È una terribile affermazione di Gustav Mahler che fa molto riflettere. A distanza di un secolo dalla morte del compositore boemo, ci si rende conto con più chiarezza di quanto c’è di visionario e precursore nella sua musica. Ne ripercorriamo la vita concentrandoci sulle sue sinfonie.
Ma prima segnaliamo una ricca silloge di testi raccolti da Gaston Fournier-Facio in "Gustav Mahler. Il mio tempo verrà", edito da Saggiatore. I testi provengono da carteggi dell'autore ma anche da saggi di studiosi, musicisti e profondi conoscitori dell'opera mahleriana, come Richard Strauss, Dmitrij Šostakovič, Arnold Schonberg, Bruno Maderna, Pierre Boulez, Leonard Bernstein, Bruno Walter, Daniel Barenboim, Claudio Abbado, Theodor W. Adorno, il pittore secessionista e ritrattista del compositore Alfred Roller e la moglie Alma Mahler. L'antologia di oltre 800 pagine parla del musicista da diversi punti di vista, da quello musicale a quello umano, e aiuta a comprenderne la vita travagliata, la carriera accidentata e la rivoluzionarietà della sua musica, spesso incompresa quando non censurata, come negli anni del Nazismo, per la sua carica modernizzatrice.
Della stessa casa editrice, inoltre, suggeriamo "Gustav Mahler. Ricordi e lettere", a cura della moglie Alma Mahler che visse intensamente gli ultimi nove anni della vita del compositore.
Gustav Mahler nacque nel 1860 a Kalist, un piccolo villaggio boemo, da famiglia di ceto medio e di origini ebraiche, la quale si trasferì nella vicina Iglau poco dopo.
Già da bambino studiò la musica con buoni risultati. In seguito si trasferì a Vienna, sopportando notevoli sacrifici economici pur di studiare al prestigioso e costosissimo Conservatorio della capitale dell’impero Austro Ungarico. Nei sui primi lavori giovanili emergono tendenze filowagneriane frammiste a una personalità complessa. Le composizioni, purtroppo, sono quasi tutte andate perdute, ma si sa che erano prevalentemente lieder, tanto che per questa sua speciale predilezione era soprannominato ‘Schubert’ dai compagni di studio. Il poco che rimane è giunto fino a noi grazie al fascicolo delle “Fruhe Kompositionen” che, sebbene sia andato perduto dopo la morte di Alma Mahler (compagna del compositore), era stato precedentemente copiato e studiato.
Ultimo aggiornamento Martedì 28 Giugno 2011 18:14
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