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Home Classica Saggi_cover story Stravinskij-Herman e Copland-Goodman - Il clarinetto tra jazz e classica

Stravinskij-Herman e Copland-Goodman - Il clarinetto tra jazz e classica

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Fissando l’attenzione sul mondo della musica strumentale negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, emerge un quadro indubbiamente complesso e perciò non sintetizzabile in poche parole. Tra le tante cose significative di quest’epoca spiccano due brani clarinettistici di compositori che non hanno certo bisogno di presentazioni in quanto annoverati indiscutibilmente tra le ‘colonne portanti’ del Novecento musicale: l’“Ebony concerto” di Igor Stravinskij e il “Clarinet concerto” di Aaron Copland. E allo stesso modo sono da definire i rispettivi strumentisti dedicatari: Woody Herman e Benny Goodman.

È necessario, però, fare una essenziale precisazione. Il fatto che siano stati dedicati a due ‘monumenti’ del panorama jazzistico di quegli anni è l’unica cosa che davvero accomuna i due brani.

Igor Stravinskij volle scrivere l’“Ebony concerto” nel 1945, quando era già emigrato negli USA e insegnava composizione presso la University of Southern California. Proprio allora ebbe modo di ascoltare alcune registrazioni realizzate da Woody Herman e la sua band, rimanendone particolarmente entusiasta. L'opera fu eseguita per la prima volta alla Carnegie Hall di New York il 26 marzo 1946, ma non ebbe successo immediato, perché in un primo momento il pubblico si aspettava di ascoltare della musica etichettabile come “jazz sinfonico”. Lo stesso Herman poi, per smentire le varie dicerie, dichiarò più volte che «per Stravinskij era stato un impegno stimolante scrivere per una ridicola combinazione di strumenti come la nostra. Non aveva alcun desiderio di scrivere del jazz o qualcosa che gli somigliasse».

Il “Concerto” è strutturato in forma tripartita: allegro – andante allegro. Come già detto, è scritto per una swing band, nella quale spiccano particolarmente i saxofoni, il clarinetto basso e le trombe. Proprio queste ultime spesso si distinguono per i caratteristici suoni sordinati, che richiamano lo stile jungle, e per il finale a note lunghe dove sembrano imitare gli sbuffi di una locomotiva.

La melodia della parte solistica, anche in questo caso assai elaborata e difficile da eseguire, ha la peculiarità di essere composta quasi esclusivamente da intervalli melodici abbastanza larghi, legati e non, con una pressoché totale assenza di movimenti per grado congiunto.
Il clarinetto però, non di rado risulta essere poco protagonista e, perciò, a pari livello con il resto dell'orchestra. In special modo nel movimento centrale, di carattere generale più bluesy, quando esegue una linea melodica insieme al clarinetto basso (nella quale stavolta predominano gli intervalli per grado congiunto, probabilmente per creare un maggiore amalgama tra i due strumenti) ma un'ottava più acuta rispetto a quest’ultimo.

 

 

Igor Stravinskij - Ebony concerto
Bbc orchestra, dir. Charles Hazlewood, solista Michael Collins





Il “Clarinet concerto” di Aaron Copland ha invece alle spalle una vicenda più articolata. Intorno al 1945 il deciso avvento del bebop a scapito del jazz tradizionale e in particolare dello swing portò BG – Benny Goodman, come spesso si usa nel jazz, era molte volte indicato con le sole iniziali – ad abbandonare, almeno parzialmente, le proprie usuali abitudini per dedicarsi all’esecuzione della musica classica1.

Il clarinettista di Chicago, convinto oppositore delle idee musicali dei boppers e che proprio nel jazz da big band si era distinto guadagnandosi l’appellativo ‘the king of swing’, avvalendosi in parte della fama comunque già acquisita, iniziò a cimentarsi nelle esecuzioni di brani clarinettistici di epoca classica e romantica (Mozart; Weber, etc.) con risultati non certo lusinghieri. E in un secondo momento cercò anche di ricredersi sul bebop, dedicandosi all’esecuzione di tale repertorio. Era però continuamente oggetto di duri attacchi da parte della critica specializzata, che lo definiva «impacciato; nervoso; senza verve».

Le cose però cambiarono sensibilmente quando alcuni compositori dell’epoca realizzarono alcuni brani progettati su misura per lui. Ed è proprio in tale contesto che si inserisce il “Clarinet concerto” di Aaron Copland2. Composto su commissione di Goodman, fu eseguito con tutta probabilità per la prima volta il 6 novembre 1950, con la NBC Symphony Orchestra diretta da Fritz Reiner. Copland era già a conoscenza di quanto realizzato dal suo ‘collega’ per Herman e decise di scrivere non per una jazz band, bensì per un organico costituito da archi; arpa e pianoforte (la composizione è infatti conosciuta anche con il titolo di “Concerto for clarinet, strings and harp”). Egli stesso inoltre ne elaborò anche la riduzione per clarinetto e pianoforte.

La composizione, questa volta, ha due movimenti, l'Adagio e l'Allegro. Tra questi due vi è una lunga cadenza solistica, che si compone anche di elementi motivici del successivo secondo movimento.

Leggendo tra le righe, si può anche pensare che il compositore americano con questo brano abbia cercato di realizzare una simbolica ‘unione’ tra Vecchio e Nuovo Mondo.
L’Adagio rappresenta infatti un elemento facente parte del retaggio musicale europeo, sebbene siano molto rari i casi in cui un'opera scritta da un compositore del Vecchio Mondo inizi con tale andamento. Mentre l’Allegro, peraltro nel caso specifico ricco di elementi ritmici e melodici di tipo ‘occidentale’ (su
tutti spicca lo spettacolare ‘glissando’ conclusivo), può rappresentare qualcosa definibile come ‘l’altra faccia della medaglia’.

La cadenza intermedia può essere vista come una sorta di ‘collante’. In essa a tratti viene anticipata la melodia del secondo movimento, ma è proprio qui che emerge maggiormente il vero carattere del brano. Perché questa parte, che si distingue per la pressoché totale assenza di gruppi di note legate, è strutturata in tal modo da sembrare quasi improvvisata. E ne consegue perciò che il compositore ha raggiunto pienamente l’obiettivo che si era preposto, vale a dire quello di mettere in risalto l’agilità e il virtuosismo tecnico di Benny Goodman.

 

 

Aaron Copland - Clarinet concerto, Adagio
Los Angeles Philarmonic orchestra
dir. A. Copland, solista Benny Goodman

 

 

 

Aaron Copland - Clarinet concerto, Allegro
Los Angeles Philarmonic orchestra
dir. A. Copland, solista Benny Goodman

 

 

Per concludere, col presente studio si è voluto dare una dimostrazione che la musica non sempre è categoricamente suddivisibile per generi esatti (classica, jazz, rock, ecc.) e che il fervido fenomeno di contaminazione a cui assistiamo oggi non è nato negli ultimi anni.


Note


1. Nonostante BG avesse avuto già da bambino la possibilità di accostarsi al jazz, soprattutto attraverso l’ascolto dei dischi di Leon Roppolo e Bix Beiderbecke, la sua prima formazione musicale è stata per buona parte di stampo classico. Di religione ebraica, studiò clarinetto dapprima in sinagoga e successivamente sotto la guida del clarinettista tedesco Franz Schoepp. Non bisogna quindi pensare all’abbandono temporaneo dello swing come ad una radicale inversione di tendenza.

2. Per BG furono scritte altre opere dai grandi compositori dell’epoca, anche di tipo non strettamente correlato al jazz, tra cui i “Contrasts” di Bela Bartok per clarinetto, violino e pianoforte e il “Concerto n° 1 per clarinetto e orchestra” di Darius Milhaud.

 


Bibliografia

Adriano Amore, Benny Goodman e la letteratura clarinettistica del XX secolo, in “Le vie della musica”, inserto quindicinale di cultura musicale de “Il Sannio quotidiano”, Anno VI, n° 18, giugno
2005, pag. 22.

Anthony Burton, note di copertina al cd “Aaron Copland El salon Mexico – Clarinet Concerto, Connotations, Music for the theatre”, Hamburg, Deutsche Grammophon, 1991

Arrigo Polillo, “Jazz”, edizione aggiornata a cura di Franco Fayenz, Milano, Mondadori, 1997

Piccola Enciclopedia della Musica, alle voci Benny Goodman e Woody Herman, Milano, Garzanti, 1999.

 

 

 

 



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Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Marzo 2010 16:27  

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