Nei momenti di crisi e declino di una società si assiste spesso a due fenomeni apparentemente contraddittori. Mentre il Paese, e con esso la gente incapace di affrancarsi dal pensiero dominante dell’establishment, va a picco e le idee medie si livellano verso il basso, le menti più fini e geniali schizzano in alto, eccitate forse dalla sfida e dall’ineludibile desiderio di riemergere. È quello che sta accadendo in Italia, tra gli altri, al trentacinquenne rapper pugliese. Dopo la conversione, con tanto di Mea Culpa, da Mikimix a CapaRezza (i due moniker di Michele Salvemini) il cantante molfettese ha intrapreso un’evoluzione che riguarda i temi delle canzoni quanto il suo stile musicale. I giorni frivoli milanesi di E La Notte Se Ne Va e La Mia Buona Stella sono superati e deprecati dallo stesso artista, chedal nuovo esordio di “Caparezza ?!” (2000), e attraverso il salto in alto di “Verità Supposte” (2003) e “Habemus Capa” (2006), ha cominciato a trattare in modo sempre più personale, irriverente e lucido (un po’ sullo stile del message rap americano) temi sociali impegnati, dalla violenza alla critica satirica e tagliente della società della Tv, o a quella del divertentismo insulso e inconsapevole; e ancora consumismo, razzismo, politica marcia, ambiente, morti bianche, revisionismo storico.
In Rete si è presto diffuso l’appellativo, non del tutto inappropriato, di «Beppe Grillo della musica». Oggi CapaRezza è l’artista impegnato di Gramsci, al suo apice artistico, ispirato e incisivo come non mai. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del nuovo disco “Le Dimensioni Del Mio Caos” e del libro “Saghe Mentali”. Un’intervista degna del miglior Capa, profonda ed esilarante.
Marco Leopizzi: Partiamo dalla tua vita passata: qual è stato il momento e quale l’episodio che ti ha fatto capire di dover cambiare direzione, da Mikimix a Caparezza?
CapaRezza: Non c’è stato un episodio particolare, diciamo che sapevo che quella strada avrebbe portato alla frustrazione eterna. Non ricordo nemmeno come abbia fatto nel giro di 10 minuti a raccogliere il coraggio necessario per fare il giro di chiamate di congedo: addio discografica, addio produttore, addio Milano.Ero davvero esasperato, non c’è altra spiegazione. Caparezza invece è nato quando lavoravo in un villaggio sulla Murgia. Un ragazzo che ascoltava punk mi convinse a riprovarci col Rap. Beh! è andata bene, avrei potuto incontrare un ragazzo che ascolta new age… a quest’ora sarei un divo del country.
M. L.: La Popular Music è da sempre attraversata da un enorme paradosso: l’apparente contraddizione, nell’atto creativo, tra autenticità (e libertà) espressiva del musicista e il controllo della casa discografica. Adorno parlava addirittura di massificazione dei generi musicali, imposti dall’industria culturale. Contraddizione non ancora sciolta del tutto, sebbene oggi si tenda a pensare ad una negoziazione stilistica tra i discografici e gli autori più intelligenti e consapevoli. Anche tu, tutto sommato, pubblichi per una major, la EMI. Come risolvi questo conflitto, se c’è, e quali sono i tuoi rapporti con la casa discografica?
CR: I miei quattro dischi sono stati consegnati nelle mani dei discografici così come sono stati pubblicati, senza alcun margine di intervento. Non tollero che qualcuno mi dica: «Taglia qua, aggiungi là, parla di questo, non dire quest’altro, fai un arrangiamento più pop, fai un arrangiamento più gangsta». Io quando scrivo ho me come punto di riferimento, è a me che deve piacere la ‘mia’ musica, poi se vogliono pubblicarmi il disco o vogliono comprarmelo, beh, quelle sono soddisfazioni ulteriori. So che esistono cantanti che sono succubi di imposizioni discografiche ma, o sono loro che lo permettono (e chi è causa del suo mal pianga se stesso), o semplicemente fanno questo ‘mestiere’ sviscerandone la natura artistica, diventando macchine da business che compongono ciò che la gente vuole (o vorrebbe) sentire. Va detto, infatti, che i giudizi del pubblico non sono meno condizionanti di quelli di una casa discografica. A volte l’artista tende (per paura o vuoto creativo) a comporre con i canoni di chi lo ascolta. Questa è la forma più subdola di condizionamento. La libertà artistica, per me, consiste non tanto nel liberarsi dalle discografiche quanto nel liberarsi dai fans (nel senso di fanatici). Meglio gli estimatori o i simpatizzanti.
M. L.: Nella tua musica il testo ha una parte centrale. L’abilità metrica e l’uso di rime, assonanze e allitterazioni migliorano di album in album. Ti appassiona più la poesia o la narrativa? Cosa leggi?
CR: In realtà mi appassiona la lingua. La lingua italiana permette di costruire un immaginario anche attraverso le assonanze e poi abbiamo un vocabolario talmente zeppo di termini che è da spreconi usarne solo una cinquantina. Io sono di Molfetta. Dalle mie parti non si butta via niente, sappilo. Per quanto riguarda la centralità del testo credo che questo dipenda dalla mia formazione prettamente cantautoriale. Più che i poeti o gli scrittori sono stati i cantautori ad affascinarmi, da Rino Gaetano a Capossela passando per Mirko dei Bee Hive.
M. L.: Il tuo stile è estremamente eclettico e schizofrenico, zappiano per l’approccio poliedrico e gli accostamenti irriverenti. Come procedi in fase di arrangiamento? Sei solo o lavori con la tua band?
CR: Diciamo innanzitutto che Frank Zappa lo lasciamo dov’é perché a parte qualche accostamento baffoso non ci sono altri punti in comune tra me e lui (forse solo l’irriverenza di fondo), dato che la sua preparazione musicale e la sua capacità di innovazione sono e rimarranno ineguagliabili nel tempo. Ovviamente dovendo maneggiare con cautela il mio immaginario non posso darlo nelle mani di altre persone perché così lo violenterei. Lavoro essenzialmente da solo nell’edificazione delle idee ma quando devo concretizzarle mi avvalgo ovviamente anche dei musicisti, soprattutto perché io non so suonare tutti gli strumenti. I miei sono ‘fidati’, suonano da anni con me e sanno già che tipo di approccio necessito. Nessuno se ne verrebbe mai fuori con parti fusion o suoni di venti anni fa. La difficoltà, in questo senso, sta nel far capire quello di cui hai bisogno, a volte accennando una parte a voce, a volte componendola midi, altre semplicemente chiacchierando per ore, in attesa che qualcosa di decente venga partorito. Poi c’è tutta la parte di registrazione e di mixaggio in cui mi viene sempre l’ansia, a prescindere.
M. L.: Infatti, il lavoro di post-produzione sui tuoi dischi dev’essere molto complesso, tra effetti speciali, parti recitate, missaggio, etc. Immagino che tu lo segua direttamente. Che valore ha la presenza del noto produttore Carlo Ubaldo Rossi, e in che modo è cambiato il sound dei tuoi album da quando è arrivato lui (su “Verità Supposte”)?
CR: In generale Carlo è l’unico produttore di cui mi sono fidato perché non impone la sua idea ma valorizza ed amplifica quella dell’artista con cui lavora. Nell’ultimo disco gli ho chiesto di essere ancora più incisivo nell’impronta live dei pezzi e allora abbiamo organizzato una piccola saletta in cui abbiamo suonato come si fa in cantina quando metti su il tuo primo gruppo. È stato divertente. Sono molto soddisfatto dei pezzi più rock del mio ultimo cd.Ho cominciato a lavorare con lui su “Verità Supposte”, album in cui ho intrapreso una strada personale, mischiando generi e stili. Sentivo che da solo non ce l’avrei fatta perché come produttore ero ancora abbastanza acerbo. Sapevo usare il campionatore e le tastiere, ma non mi bastava, temevo di fossilizzarmi. Volevo creare un genere che fosse solo mio e che non fosse accostabile ad altri e sto ancora lavorando duro per poter raggiungere questo obiettivo (e ci riuscirò quando «caparezziano» diventerà un aggettivo). Sono andato da Carlo con una nebulosa di idee e di suoni e lui ha tentato di renderla meno nebulosa e più tangibile. E così la nostra intesa è durata per tre dischi (ma è stata solo professionale perché lui è sposato ed entrambi siamo etero).
M. L.: Dall’album a tema di “Habemus Capa” ad un vero e proprio concept, o fonoromanzo come lo definisci tu. Una concezione strutturale che dimostra una maggiore maturità. Com’è nata l’idea del disco ed il collegamento con il libro “Saghe Mentali”?
CR: Il cd, come supporto fisico, sta per scomparire dalla faccia della terra. Volevo dargli un valore aggiunto letterario per rendergli onore e allora mi sono inventato questa sorta di colonna sonora di un racconto che ho poi pubblicato in “Saghe Mentali”. I due progetti sono nati parallelamente. La vera novità di questa storia in 14 audio-capitoli è che ho deciso di far interpretare i personaggi a doppiatori professionisti. È stato divertente vederli al lavoro mentre davano personalità a soggetti che non esistono se non nella mia testa (caparezza compreso). Poi nel libro, a parte tutti i testi dei miei quattro album ci sono un sacco di trovate che poggiano su un unico elemento: la fantasia, la mia e quella di Stefano Ciannamea (grafico) e di Laura Spianelli (illustratrice).
M. L.: A proposito del libro, il mancato lieto fine delle fiabe rappresenta la tua aderenza alla realtà o è solo un espediente narrativo? E cosa raffigura per te invece l’Inferno dantesco?
CR: Diciamo che quando sono al cinema rimango prontamente deluso dal fatto che il protagonista rimane in vita per tutta la durata del film. È seccante sapere che a lui non accadrà nulla di veramente grave e che qualsiasi incidente di percorso si risolverà nel giro di un paio d’ore. Avrei voluto che Rambo crepasse dopo 10 minuti di pellicola o che Rocky perdesse tutti gli incontri, o che l’Uomo Ragno pensasse a pagarsi l’affitto di casa invece di gironzolare per la città in cerca di cattivi in calzamaglia. Volevo che le mie fiabe fossero diverse da queste storie pallosissime. L’inferno dantesco invece per me rappresenta tutto ciò che un uomo è disposto ad affrontare per un amore che conosce solo in maniera superficiale e che, soprattutto, non ha sposato.
M. L.: Il tema centrale (tra i tanti) del fonoromanzo sembra essere la «modifica del passato che stravolge il presente». Vuoi parlarci del pericolo revisionista oggi e, in particolare, di come vedi l’esperienza sessantottina rapportata alla nostra attualità?
CR: Da quando è stato permesso alle tv commerciali di competere con quelle statali la qualità dei programmi è precipitata nel baratro. Io mi sono rivisto alcuni programmi della “TV dei ragazzi” degli anni ‘70. C’è un abisso culturale con ciò che mandano oggi in televisione sia in termini di linguaggio che di contenuti. Ora si propina molta sottocultura, che è poi la base dell’ignoranza, che a sua volta non è la mancanza di cultura ma il cattivo utilizzo della stessa. Ecco perché oggi tutti schiamazzano le loro idee pressapochiste su qualsiasi argomento e cominciano a disegnare la storia a modo loro. Il revisionismo è pericoloso perché riporta alla luce situazioni che dovrebbero essere sepolte dalla storia. In un clima del genere è ovvio che attecchiscano i politici più conservatori ed intransigenti, quelli per esempio che tornerebbero volentieri a settanta anni fa. Io invece vorrei tornare a 40 anni fa, quando i conservatori presero calci nel didietro dalla rivoluzione culturale del ’68. Altri tempi, altre chiappe. Se non ritorna il sessantotto spero che ritorni Mazinga.
M. L.: L’esplosiva Vieni a Ballare in Puglia tocca due temi delicatissimi della nostra regione, che in periodo turistico qualcuno vorrebbe scordare: l’insicurezza sul lavoro e l’inquinamento ambientale. Perché una terra ricchissima di artisti (scrittori, attori, registi, musicisti, etc.) e con un fervore creativo paragonabile a quello campano è sempre preda di problemi distruttivi come questi?
CR: Credo che la situazione artistica e quella ambientale e sociale della mia regione siano due cose diverse. In Puglia il fermento creativo dipende secondo me dagli input continui che la nostra regione ha ricevuto dalle molteplici dominazioni storiche del passato e dalle continue migrazioni/immigrazioni del nostro presente. Il confronto con realtà diverse dalla propria produce stimoli che sono alla base di un processo artistico e questo fa della nostra ‘penisola nella penisola’ una regione culturalmente valida.Il resto è mero mercato. Che si tratti di imprenditori che tollerano la roulette russa delle morti bianche pur di non veder toccata la loro produzione o che si tratti di malavitosi che speculano sugli incendi nonostante deturpino la loro stessa regione, alla base c’è il soldo. Altra storia. Tutto ciò che può fare l’arte (anche se non è necessario, è puramente una scelta individuale) è accendere i riflettori sul degrado. È quello che tento di fare con Vieni a Ballare in Puglia, consapevole del fatto che in molti si soffermeranno solo sul ritornello e si metteranno a ballare allegramente senza capire il senso di tutto il resto. Sono rischi che corro dai tempi di Fuori dal Tunnel, d'altronde. Amo il rischio.
M. L.: Questione download libero e diritti d’autore. Ti senti danneggiato dalla libertà di scaricare gratuitamente la tua musica? Se fossi il legislatore cosa proporresti per regolamentare la faccenda?
CR: All’inizio pensavo che tutti facessero come me, che scaricavo tanto e compravo solo ciò che mi piaceva. Poi ho scoperto che il prezzo del cd era diventato un alibi, nel senso che i ragazzi scaricavano anche cd che costavano meno di 10 euro ma continuavano a comprare scarpe che superavano i 100 o ad entrare in locali con ingresso a 25, guardaroba a 10 e cocktail a 15. Il massimo del paradosso l’ho visto con l’operazione dei Radiohead che hanno messo in rete il loro ultimo album ad offerta libera e molti loro fan lo hanno scaricato da e-mule perché 0 centesimi è sempre meglio di un euro. La cosa più divertente è che tutti i gruppi e i cantanti che conosco, anche i più alternativi, scaricano a bestia ma vogliono pubblicare un cd fisico con una qualsiasi etichetta.Per come stanno messe le cose oggi, è inutile nascondersi dietro un dito, più compri il cd legale di un artista e più gli dai la possibilità di farne un altro. Se fossi legislatore renderei masterizzabile il lavoro del mio idraulico.
M. L.: Com’è il tuo rapporto con la SIAE? Se tu dovessi intervistarne il direttore qual è la prima domanda che gli faresti?
CR: Gli chiederei: signor direttore, come mai la Siae considera le suonerie al pari delle vendite on line? Perché non posso vietare alle aziende di vendere la suoneria dei miei pezzi? Perché nel 2008 non siete riusciti a trovare un sistema più efficace e meno macchinoso e falsificabile del bordereau scritto a penna? Perché vendete i pacchetti degli sfruttamenti televisivi senza contattare personalmente gli autori? Ho un centinaio di altre domande… ma ci metterei una vita a scriverle.
M. L.: Viviamo un momento storico, in cui molti nodi sembrano venire al pettine, in cui il best seller del 2007 è stato “La Casta” e milioni di persone partecipano ai V-Day . Pensi che stia veramente cambiando qualcosa nella società italiana o siamo ancora i soliti italiani, sempre inclini alla lamentazione ma mai pronti a rinunciare al nostro piccolo orticello?
CR: Spero che tutti gli acquirenti del libro “La Casta” l’abbiano letto ma non sono così ottimista dati i risultati delle ultime politiche. E comunque è vero, gli italiani si lamentano di tutto ma sanno agire (e anche violentemente), basta toccare la loro squadra del cuore.
M. L.: Per finire, dopo averci atterrato facendoci ricordare le disgrazie del nostro Paese, lasciaci un messaggio di speranza…
CR: Mmmh.. Tranquilli, stiamo meglio ora che nella preistoria (almeno credo, non essendoci documenti storici che possano verificare l’attendibilità di questa affermazione).
Leggi la recensione di Caparezza - Le dimensioni del mio caos (di Marco Leopizzi)
(da Musicaround.net n. 19 - giugno 2008)
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