
Oscar Cacciatore: Cominciamo dall’inizio. Ti sei diplomato in Organo e Composizione Organistica al Conservatorio G. Verdi di Milano e hai poi completato la tua formazione studiando con vari Maestri. Quanto conta (e ha contato) per te la preparazione accademica?
Massimo Carrieri: Penso sia fondamentale avere una solida formazione di base e implementarla negli anni, strutturandola quanto più possibile sotto tutti gli aspetti tecnici, teorici e culturali: un punto di partenza dal quale cercare prima e costruire poi, la propria identità musicale. Lo studio accademico abitua inoltre ad avere disciplina ed un certo rigore, due atteggiamenti indispensabili per raggiungere determinati obiettivi.
O. C.: Hai partecipato inoltre a diversi corsi e stage di perfezionamento sia in Italia che all’estero. Cos’hai imparato da quelle esperienze?
M. C.: Sono esperienze che offrono la possibilità di confrontarsi, di misurarsi, di comprendere meglio la propria natura; ottime occasioni per verificare (o scoprire) i propri punti di forza o di debolezza, quelli su cui lavorare per migliorarsi. Si ha opportunità di entrare in contatto con realtà magari molto diverse dalla nostra e di coglierne quindi le differenze, con i relativi pregi e difetti. Si possono fare incontri che in qualche modo possono avere un’influenza sul nostro pensiero e sulle scelte da intraprendere. Tutto quello con cui si viene in contatto finisce per avere uno sviluppo nel proprio percorso artistico e umano, nel bene o nel male niente risulterà inutile. Ho capito che c’è sempre da imparare.
O. C.: Mi ha colpito la tua attività musicale ‘a tutto tondo’: dalle collaborazioni con diverse orchestre (tra cui l’Orchestra G. Cantelli di Milano, l’Orchestra Internazionale d’Italia, l’Orchestra città di Pavia, l’Orchestra Terra d’Otranto) a quelle con noti artisti ed interpreti (come Antonella Ruggero ed il bandoneista Massimiliano Pitocco), sei passato a lavorare in ambito televisivo e teatrale con vari sceneggiatori e registi, per citarne alcuni: “Oscar della TV” (edizioni 2005/06/07) e lo spettacolo teatrale “Sophia” scritto da Claudio Elli per la regia di Gerardo Paganini. Hai trovato anche il tempo di scrivere “Seven”… Come sei riuscito ad organizzare e conciliare lavoro e composizione?
M. C.: In qualche modo la soluzione si trova, è sempre stato così! Sin dai tempi del Conservatorio quando, per sostenermi, dovevo dividermi tra i vari lavori e lo studio. Inoltre, non avendo lo strumento, ricordo che il custode mi lasciava rimanere sino a notte inoltrata aprendomi l’aula di nascosto alla sera, mentre in sala Verdi si tenevano i concerti. Allo stesso modo, si può trovare il tempo per scrivere. Se si ha qualcosa da dire può capitare in qualsiasi momento della giornata o durante la notte e in qualunque posto; se non si ha voglia meglio lasciar perdere e tornarci in un altro momento. L’approccio cambia quando si lavora su commissione e ci sono delle scadenze da rispettare, la prassi diventa più regolare, metodica, quasi ‘industriale’.
O. C.: Parlando di “Seven”, come hai maturato nel tempo quest’idea?
M. C.: “Seven” è maturato nella sua forma definitiva in un arco di tempo di sette anni. Mi spiego meglio, non che abbia impiegato sette anni per farlo, ma il primo brano per pianoforte compreso nel cd [Romance, nda], ricordo di averlo scritto nell’estate del 2000. Fu, diciamo, un primo ‘esperimento’, senza obiettivi in particolare ma sufficiente per far nascere in me il desiderio di dar vita, prima o poi, a un qualcosa che mi rappresentasse artisticamente. Poi negli anni sono venuti fuori altri brani sempre per pianoforte solo, anche a distanza di molto tempo l’uno dall’altro. Al rientro dagli Stati Uniti iniziai a prendere seriamente la possibilità di realizzare questo disco e così dopo un po’ decisi di allontanarmi dal caos metropolitano di Milano. Nel marzo dell’anno scorso, dopo un periodo trascorso quasi in completo isolamento, ho sentito che era arrivato il momento di entrare in studio di registrazione.
O. C.: Brani come Walking In Paris, Inner Points, Mr. Gradus e Like A Dream sembrano riferirsi ad un immaginario ottimistico, limpido e lineare in cui gli ostacoli interni al ‘raggiungimento’ dell’armonia generale si dissolvono progressivamente. Sei d’accordo con questa mia ‘lettura’ preliminare?
M. C.: È una chiave di lettura accondiscendente, sono dei brani probabilmente più immediati e si rivelano già ad un primo ascolto rispetto agli altri contenuti nel cd, ma non per questo non privi di significati più intensi che magari vanno ricercati con un’analisi più approfondita, un aspetto questo che vale un po’ per tutto il disco. Ogni traccia ha una storia a sé, un suo percorso, vive di un suo momento; preferisco lasciare all’ascoltatore la decisione di scendere o meno in profondità, libero di appropriarsene anche in maniera soggettiva. Mi piace più l’idea di poter stimolare la fantasia, l’aprirsi a nuovi margini interpretativi piuttosto che sottolineare contenuti espliciti. Ho scoperto molte ‘versioni’ interessanti e curiose ascoltando le sensazioni di chi ha avuto modo di ascoltare il disco o il live.
O. C.: Mi viene spontaneo aggiungere che le restanti composizioni, Romance, L’alba Di Leuca e Sophia, toccano invece ben altre corde, quasi a voler cercare dei significati più nascosti e profondi, non immediatamente svelati.
M. C.: Questi titoli racchiudono sicuramente un’intimità più profonda, guardano più all’interno che all’esterno e richiedono un approccio emotivo un po’ diverso. Il filo conduttore che lega queste sette composizioni, da Romance sino a L’alba Di Leuca, l’ultima in ordine cronologico, è sicuramente un certo stampo ‘autobiografico’, come a voler ripercorrere alcune tappe del mio percorso, sia artistico che personale. È un progetto che nasce con la massima libertà, mi espone in maniera diretta e completa, con un forte legame confidenziale che non ha paura di ‘scoprirsi’ e di manifestarsi in tutte le sue sfaccettature.
O. C.: Tutto “Seven” mi pare venato da una predominante carica ‘pittorica’ dal sapore squisitamente impressionistico: ecco tornarmi in mente autori connotativi come il Musorgskij dei “Tableaux d’une exposition” e il Debussy dei “Préludes”. Come ti sei posto, durante la stesura del tuo lavoro, rispetto alla tradizione compositivo/pianistica eurocentrica di fine Ottocento e inizio Novecento?
M. C.: È un momento storico per il quale nutro un certo interesse. La componente ’fantastica’, surreale, tipica della musica di quel periodo, mi ha sempre affascinato, tanto da volerla ricercare nella mia produzione. “Seven” è un’‘esposizione’ di sette ‘quadri’ dai lineamenti volutamente ‘impressionisti’. Tendenzialmente penso sempre ad una scrittura che possa evocare immagini, suggestioni, paesaggi reali o ’interiori’; il descrittivismo rimane pur sempre un’allusione, una metafora che cela altre retrospettive.
O. C.: Com’è invece il tuo rapporto con la musica contemporanea?
M. C.: Sono sempre molto curioso, e per contemporanea intendo tutto quello che in questo momento offre il panorama musicale. È un rapporto di attenzione: osservo, cerco di capire quello che avviene intorno e di tenermi aggiornato. In generale penso che certa musica che si sta producendo in questo momento sarà codificabile tra un po’ di anni, almeno quello che di essa ne rimarrà!
O. C.: Colgo l’occasione per ringraziarti e ti chiedo se hai già qualche idea per il prossimo lavoro.
M. C.: In realtà ne ho diverse, vedremo quali saranno poi effettivamente realizzabili. Questo dipenderà da una serie di fattori, spero solo di non impiegarci altri sette anni!
www.myspace.com/massimocarrieri
Leggi la recensione a Massimo Carrieri - Seven (di Oscar Cacciatore)
(da Musicaround.net n. 20, luglio 2008)
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