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Home Jazz Black Music Interviste Stefano Zenni - I segreti della musicologia jazz

Stefano Zenni - I segreti della musicologia jazz

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Fra i più attivi e competenti luminari italiani ed europei di musicologia afroamericana, Stefano Zenni è didatta in conservatori, corsi e seminari, autore di numerosi saggi e libri sul jazz (per esempio su Louis Armstrong, Herbie Hancock, Charles Mingus), presidente della SIdMa (Società Italiana di Musicologia Afroamericana) e giornalista musicale. Oltre a scrivere su varie testate prestigiose, è infatti anche il responsabile del nuovo settore Jazz dello storico Giornale della Musica, edito da Edt.
Lo abbiamo intervistato per parlare del suo nuovo affascinante libro, “I Segreti del Jazz”, edito da
Stampa Alternativa.

Marco Leopizzi: Quando nel 2001 con Maurizio Franco e Vincenzo Caporaletti avete fondato la SIdMA (Società Italiana di Musicologia Afroamericana), parlavate di «mediocrità culturale» italiana riguardo la musica afroamericana. A che punto sono i lavori della Società e come giudica la situazione oggi?

Stefano Zenni: In questi anni l’associazione è cresciuta molto, abbiamo più di un centinaio di soci, compresi molti istituzionali (scuole di musica, conservatori, festival, biblioteche, associazioni, ecc.) e negli anni abbiamo prodotto riviste, libri, cd di altissima qualità: basti pensare alla riscoperta di Umberto Cesàri o alla ristampa del Modern Art Trio. E tuttavia la situazione culturale italiana – è sotto gli occhi di tutti – è andata ulteriormente deteriorandosi. Con l’associazione pertanto facciamo un lavoro di resistenza di nicchia, di qualità e rigore pensati come valori etici.

M. L.: Negli ultimi tempi, però, le pubblicazioni editoriali sul jazz nel nostro Paese, specie di taglio biografico, sono lievitate. E anche il Giornale della Musica si è aperto al Jazz (e al Pop e alla World Music) chiamando proprio lei a dirigerne la sezione.

S. Z.: La verità è che il pubblico è molto cambiato: ormai è sempre meno settoriale, ascolta le musiche più diverse; magari spende meno per la musica riprodotta ma ne fruisce sempre più dal vivo. L’apertura del Giornale della Musica è il frutto di questa spinta, l’andare incontro alle esigenze di un pubblico che, pur avendo delle preferenze, ama la musica senza aggettivi.

M. L.: A proposito del Giornale della Musica, com'è lavorare fianco a fianco con specialisti di altre musiche? Si può finalmente parlare di giornalismo musicale globale?

S. Z.: Di globale intanto ci sono i problemi: la pressione delle case discografiche, la difficoltà del mercato pubblicitario, la necessità di mantenere un comportamento deontologico corretto e trasparente. Il che, in un’epoca in cui il conflitto di interessi è quasi diventato una virtù, è sempre più difficile. D’altra parte il bello di questa situazione è che ci sono più scambi con i colleghi, ma da questo punto di vista siamo ancora all’inizio: bisogna esplorare con più decisione le profonde connessioni tra le musiche.

M. L.: Con Internet gli spazi su cui discutere e scrivere di musica si sono enormemente moltiplicati, anche se spesso di discutibile livello. Dobbiamo pensare che sia solo un'urgenza di scrivere da parte di appassionati, che prima non trovavano spazio sulle poche riviste cartacee, o c'è anche una domanda di informazione da parte del pubblico?

S. Z.: Internet è come una piazza, e spesso c’è solo chiacchiericcio destinato a lasciare il tempo che trova. Proprio la sovrabbondanza di informazioni produce la richiesta di un filtro, di una selezione da parte di persone qualificate. Il vantaggio è che ora questa informazione non viene calata autoritariamente dall’alto, ma può essere vagliata criticamente da chi la riceve, e questo crea un processo dialettico che, se utilizzato con intelligenza, può fare un gran bene all’informazione.


M. L.: Passiamo alla musica suonata. Il jazz italiano è spesso molto apprezzato dalla critica internazionale e molti musicisti trovano successo prima e più facilmente all'estero.
Cosa manca ancora alla nostra cultura per apprezzare e sostenere la loro creatività? E cosa nel sistema istituzionale e organizzativo?

S. Z.: L’esterofilia che affliggeva il pubblico italiano negli anni Settanta e Ottanta mi sembra per fortuna un po’ scemata. Oggi musicisti come Fresu o Bollani attirano più pubblico di un divo americano. Il problema è che manca il brodo di coltura, la rete di locali, luoghi, spazi dove suonare, confrontarsi, crescere. Non sono un fan dell’intervento istituzionale in queste cose, anche se l’arrivo del jazz nei conservatori ha innalzato l’alfabetizzazione media dei giovani jazzisti. Il problema è che il caos legislativo e gestionale di queste istituzioni è talmente alto che rischiano di implodere.

M. L.: La vittoria di Barak Obama è la novità socio-politica più grande che sia arrivata d'oltre oceano negli ultimi decenni. Possiamo dire che questo è solo il più evidente risultato politico del percorso di affermazione del popolo afroamericano (sebbene sarebbe una sciocca illusione pensare che sia concluso), che ha trovato nella musica nera tout court il proprio verbo?

S. Z.: Intanto Obama non è di discendenza afroamericana ma direttamente africana, e infatti la sua vittoria è anche dovuta al non aver troppo insistito sulla questione razziale. E già questo è un sintomo che la questione razziale è tutt’altro che chiusa negli Stati Uniti, ed è un problema di enorme complessità: basti pensare a come neri e ispanici in California hanno votato per Obama ma hanno bocciato il referendum a favore delle unioni gay. Certo è che a prescindere da tutto l’elezione di Obama ha un potente significato simbolico: ma non so quanto questo significato sia destinato a durare.

M. L.: La SIdMA è anche impegnata con Chieti in Jazz, ci vuole illustrare la prossima edizione?

S. Z.: L’edizione 2009 è cruciale, perché oltre ai consueti seminari di Arrangiamento e Composizione e di Musicologia, ci sarà anche un Festival, dedicato a Charles Mingus a trent’anni dalla morte. Due concerti vedranno protagonista la SIdMA Jazz Orchestra, nata proprio dai seminari, e in uno le musiche saranno dei giovani compositori che studiano al seminario. Le loro opere diventeranno quindi parte dell’offerta del festival.

M. L.: Veniamo al suo ultimo libro. “I Segreti del Jazz” è estremamente originale, anzitutto per il particolare taglio analitico che prende in considerazione non solo l'armonia e l'improvvisazione (probabilmente gli elementi più analizzati del jazz) ma anche il timbro, il ritmo, gli arrangiamenti, la polifonia jazzistica e le forme. Un approccio sincronico e sistematico, dunque. Come è riuscito a tenere insieme tutte queste prospettive in un unico libro?

S. Z.: Partendo dal superamento delle categorie tradizionali. Il jazz non regge ad un’analisi tradizionale articolata in parametri: ad esempio timbro e armonia, intonazione e colore sono inseparabili. Tutto è nato partendo da questo dato e costruendo così un nuovo percorso.

M. L.: Altro elemento di originalità è la presenza dell'antologia sonora allegata, che tra cd-rom e sito web offre l'ascolto di oltre 400 brani. Lei la definisce «la versione sonora del libro». La musicologia si adegua ai tempi e diventa anche sonora?

S. Z.: Sinceramente mi chiedo perché nessuno lo abbia mai fatto prima, o meglio, perché quasi nessuno lo fa con questa sistematicità. A me sembra l’uovo di Colombo. Certo, ci vuole anche la volontà di uscire dall’elitarismo musicologico per andare incontro alla condivisone del sapere con gli ascoltatori.

M. L.: Anche se temo di intuire già la risposta, perché i brani si fermano al 1956?

S. Z.: Problemi di diritti fonomeccanici, che liberano le opere registrate entro cinquant’anni dalla registrazione. Purtroppo la Comunità Europea, con assurda miopia, sta per estendere questo limite con una contestata iniziativa di legge.


M. L.: Ecco, appunto!
Parlando di oralità del jazz e della sua registrazione su disco, riprende il concetto dell'aura sonora di Walter Benjamin. Come crede si ponga oggi la questione, alla luce del fenomeno Internet, grazie a cui è scomparso anche il supporto fisico musicale?

S. Z.: La musica sta tornando alla sua immaterialità: il supporto diventa sempre più 'invisibile', anche se in effetti l’iPod è un supporto piuttosto concreto. Credo che il livello qualitativo della riproduzione musicale si stia drasticamente abbassando, e per compensazione stia aumentando il consumo di musica dal vivo: mi sembra che la musica riprodotta stia diventando una specie di promemoria di quella vissuta in pieno dal vivo. Per il resto, Internet ha fatto crollare le barriere del 'possesso' musicale. È finita l’epoca in cui i collezionisti celavano i loro preziosi tesori. Ora essi sono a portata di tutti, e quindi della conoscenza e del sapere condivisi.

M. L.: Nel secondo capitolo afferma che la personalizzazione del timbro è elemento essenziale per un musicista jazz. Crede che gli strumenti elettronici e il computer siano un attacco a tale diversificazione o piuttosto allarghino la gamma sonora a disposizione?

S. Z.: Sono una risorsa, non un limite. Il punto è usarli artisticamente, e come sempre, solo gli artisti autentici sono in grado di farlo. Nella vera arte la tecnologia è sempre stata al servizio delle idee.

M. L.: Nel libro dice, come del resto molti altri, che il linguaggio jazz è in crisi fin dagli anni '80. Cosa pensa del jazz del Nord Europa, ricco di elementi elettronici, di autori poco conosciuti in Italia come Bugge Wesseltoft o Nils Petter Molvaer?

S. Z.: Confesso che né Wesseltoft né Molvaer mi entusiasmano. Se penso all’elettronica penso a Alvin Curran o a George Lewis, insomma a veri artisti che non si limitano ad abbellire i suoni. Comunque nel jazz di oggi stanno emergendo figure formidabili, come il pianista Vijay Iyer o il sassofonista Rudresh Mahanthappa, guarda caso entrambi di origine indiana.

M. L.: Progetti presenti e futuri?

S. Z.: È presto detto: una nuova storia del jazz, che spero uscirà di qui a un anno.

M. L.: Ho già l'acquolina in bocca...

 

 


Leggi la recensione al libro di Stefano Zenni - I segreti del jazz (di Marco Leopizzi)







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Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Luglio 2009 17:44  

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